Immaginate come possa sentirsi oggi un tifoso della Sampdoria. Tre mesi a godersi un fantastico quarto posto raggiunto in campionato, l’infinita attesa del preliminare agostano ed un sogno, concreto e tangibile: entrare in Champions, quella vera, quella dei fuoriclasse e dei ‘dream team’. Un sorteggio duro, non durissimo: il Werder Brema, buona squadra di Bundesliga, temibile tra le mura teutoniche ma assai domabile in trasferta. La preparazione, la concentrazione, la voglia. Qualità che non sono certo mancate al team di Mimmo Di Carlo, travolto nei dieci minuti di follia al Weserstadion ma capace di risollevarsi e ribaltare tutto in quel di Marassi.
Una serata da urlo, nel bel mezzo di un’estate genovese. Stadio pieno, denso di passione, voglioso di trascinare i colori blucerchiati verso il traguardo più ambito. Diciannove anni dopo Wembley, la finale col Barça, Mancini e Vialli. La magica atmosfera degli spalti liguri aveva trasformato una serata di sofferenza in gioia ed estasi pura. Pazzini show, gol straordinari, il colpo di tacco di Fantantonio all’85′ a chiudere idealmente una pagina indimenticabile. Fino a quel maledettissimo terzo minuto di recupero, durante il quale tale Markus Rosenberg, 28 anni da Malmoe, ha deciso di sfoderare il destro dell’1-3. Un lampo, utile a riaccendere il Werder e a spegnere un’incredula Samp. Poi il 2-3 di Pizarro, e la fine. Triste, malinconica. Paradossale se pensiamo ai i 93′ di straordinaria passione doriana vissuti sul campo e sugli spalti. E’ andata così, il calcio (direbbero i saggi) è anche questo.
Lo stordimento del giorno dopo lascerà spazio, col tempo, a chiacchiere e critiche varie. Verrà preso di mira il presidente Garrone, reo di non aver rinforzato la squadra per il doppio impegno estivo, nonostante l’importanza dello stesso. Può darsi che il presidentissimo abbia le sue responsabilità, visto l’enorme patrimonio in denaro non sfruttato adeguatamente. Ma ora, dopo una serata del genere, creare contrasti e schieramenti sarebbe la mossa peggiore. La Samp ha dimostrato di essere grande e forte, ora deve ripartire. Una sconfitta può fare esperienza, l’importante (fra un anno o due) sarà poterci riprovare. E in caso di ulteriore chance, quanto già vissuto aiuterà a non fallire ancora.
Alessio Nardo alessio.nardo@libero.it






















































