Dopo la nomina a miglior calciatore del decennio ricevuta di recente, Football Historia ripercorre la ancor giovane carriera del fuoriclasse rossonero.
IL SORRISO COME ARMA…
A guardarlo sfrecciare per il campo palla al piede, criniera al vento e dente sporgente, viene voglia di prendere un pallone e partire in dribbling, saltare in tunnel tutte le sedie attorno al tavolo della cucina e fare gol di tacco nel camino di casa. Ronaldinho è allegria, Ronaldinho è felicità. Ronaldinho è calcio. Il calcio tipico delle terre Carioca, il calcio che fa innamorare i tifosi, il calcio che ruba gli occhi e strappa applausi a scena aperta, il calcio che fa volteggiare il pallone ad altissime vette di magia, che fa alzare il barometro degli stadi, che sa disegnare arcobaleni e far nascere sorrisi. Sul viso dei tifosi, degli addetti ai lavori o di Ronaldinho stesso. Indifferentemente. La grande forza del campione brasiliano è proprio questa, quella di sapersi divertire giocando al pallone, esaltandosi ed esaltando con le sue stregonerie pallonare la platea che assorta lo guarda e si chiede come sia possibile baciare di cotanta classe e altrettanta spensieratezza due piedi all’apparenza tanto normali ed umani ma che poi risultano essere tutt’altro che terrestri.
I PRIMI CALCI: GREMIO, TRIONFI VERDEORO E BETO…
Ronaldo de Assis Moreira nasce a Porto Alegre, stato Rio Grande do Sul, il 21 marzo del 1980. Figlio e fratello d’arte (il papà – morto quando l’ultimogenito Ronaldo ha solo otto anni – è un ex giocatore del Cruzeiro di Porto Alegre mentre il fratello Roberto è una promessa del calcio carioca che si spegnerà troppo presto e troppo in sordina), si fa subito conoscere al grande pubblico grazie alle incredibili doti che vengono fuori nelle gare di futsal e beach soccer alle quali partecipa prima di dedicarsi al calcio vero e proprio. Nel 1995 la prima convocazione nelle giovanili del Gremio, mentre l’esordio in prima squadra avvenne tre anni dopo. Conquista il suo primo titolo nel 1999 (campionato gaucho con gli Imortal Tricolor di Porto Alegre) ed esordisce in nazionale il 26 giugno dello stesso anno, nella gara contro la Lettonia, per poi partecipare come titolare alle due successive spedizioni in Coppa America (vittoria per il Brasile in terra paraguayana) e Confederations Cup (Brasile battuto solo in finale dal Messico con il giovane Dinho capocannoniere e miglior giocatore dell’intera manifestazione). In questi primi anni da calciatore, subito tra l’altro ad altissimi livelli, Ronaldo, divenuto poi Ronaldinho per giovane età e per “nonnismo” nei confronti dell’altro fenomeno verdeoro in forza all’Inter in quegli anni, si rende protagonista di un record invidiabile (gioca infatti in tutte le selezioni nazionali brasiliane, dall’Under-15 fino alla nazionale maggiore) e di una curiosa operazione di mercato “mancata” che avrebbe potuto cambiare la storia sua e del calcio italiano: venne infatti offerto come contropartita tecnica nell’ambito della cessione del brasiliano Beto dal Napoli al Gremio di Porto Alegre. Il presidente degli azzurri, Ferlaino, rifiutò l’affare costringendo il Gremio a concludere l’operazione con un’offerta in soli contanti: un vero colpo di genio al contrario che ancora oggi fa mangiare le mani a tutti i napoletani ma anche agli sportivi italiani, altrimenti primi spettatori di un fenomeno del calcio che da li a poco darà finalmente in esatta misura i valori della sua immensa classe.
DINHO DE PARIS E TITOLO MONDIALE…
Ronaldinho lascia il Gremio solo nel gennaio 2001 da stella ormai già affermata. E, sorpresa delle sorprese, approda in una squadra non certo di primissimo piano: firma infatti un contratto con i francesi del Paris Saint-Germain. Arriva a Parigi nel gennaio dell’anno 2001, ed esordisce solo dopo un lungo contenzioso con il suo vecchio club, che sarà risarcito dopo sentenza della FIFA per una cifra di poco superiore ai sei milioni di euro. Anche in terra transalpina Ronaldinho conferma le sue immense doti di giocoliere e trascinatore, sebbene in una squadra modesta che non riesce a cogliere risultati di rilievo, mantenendo quindi il posto di titolare inamovibile nella Selecao di Felipe Scolari che si presenta, dopo una qualificazione tutt’altro che agevole, al Mondiale nippocoreano del 2002 con l’inedito ruolo di outsider. Le favorite d’obbligo sono la Francia, l’Argentina e l’Italia: tutte fuori tra primo turno e ottavi, per demeriti propri e nefandezze arbitrali. I verdeoro, invece, sospinti da un Ronaldo in condizioni smaglianti e da un Ronaldinho ai massimi livelli, superano il girone e, con autorità, giungono fino ai quarti di finale contro l’Inghilterra. Nella gara contro i maestri di Eriksson, Ronaldinho diventa assoluto protagonista, nel bene e nel male: al 50’, sfruttando il posizionamento non ottimale di Seaman, mette dentro una punizione da quaranta metri. Si fa poi espellere sette minuti dopo. La gara, però, non si schioda dal 2-1: con la sua malefica punizione il giovane fenomeno brasiliano ha condotto la sua squadra alla semifinale con la Turchia, asfaltata dall’ennesima prodezza di Ronaldo. Dinho tornerà in finale, giusto in tempo per aiutare il suo compagno d’attacco a siglare la doppietta che stende la Germania e laurearsi campione del mondo a solo ventuno anni e dopo un torneo giocato da protagonista e a livello sontuoso.
MAS QUE UN CLUB: BARCELLONA, CHAMPIONS E PALLONE D’ORO…
Dinho, raggiunto lo status di stella planetaria, comincia ovviamente a sentire stretta addosso la maglia del PSG. Dopo l’ultima stagione in terra francese, firma nell’estate del 2003 un sontuoso contratto con il Barcellona del neopresidente Laporta e del neoallenatore Rijkaard: si è aperto un nuovo grande ciclo tinto di azulgrana. Ronaldinho diventa il trascinatore del Camp Nou, l’alfiere di una ciurma di supercampioni che giocano un calcio d’assalto, esaltano il pubblico catalano e regalano una messe infinita di titoli ed emozioni Il primo assalto alla Champions si blocca nella tana di Stamford Bridge: nonostante un gol indimenticabile di Ronaldinho (esterno da fermo stile beach soccer), il Chelsea di Mourinho elimina i catalani, che però si consolano con il ritorno alla vittoria nella Liga 2005, dopo ben sei anni di digiuno. A fine anno il brasiliano si fregia del meritatissimo Pallone d’Oro e del Fifa World Player, dando avvio ad una stagione trionfale che si chiuderà con la conquista della Champions e del secondo titolo nazionale consecutivo. Sotto la sua ala protettrice cresce e si presenta al mondo un piccolo attaccante argentino, tale Lionel Messi, determinante per il double Liga-Champions e degno compagno di linguaggio tecnico. È il punto di non ritorno: nel bene, certo, ma anche nel male. Il Mondiale 2006 sgretola le certezze del campione sudamericano, presentatosi come la stella più attesa ed invece abulico ed inconcludente, deludente fino a non trovare il gol, seppure nel concerto stonato di una squadra troppo imbottita di solisti offensivi per poter rendere secondo le infinite potenzialità. Anche in azulgrana, di punto in bianco, sembra bloccarsi: a parte qualche sporadica fiammata, il genio di Ronaldinho sembra essere intermittente se non addirittura latitante. Il club di Laporta perde la Supercoppa Europea contro il Siviglia, perde la finale del Mondiale per Club contro l’Internacional di Porto Alegre e quasi sembra sbolognare la sua stella più lucente, acquistando nell’estate del 2007 un altro grande campione come Titì Henry e privilegiando sempre più l’ascesa di Messi. L’addio di Rijkaard, dopo due stagioni prive di successi, arriva nella primavera 2008. Anche per Dinho è il momento di cambiare aria: chissà che anche in Italia riesca a ballare bene il samba…
L’APPRODO AL MILAN: FANTASMI E 4-2-FANTASIA…
Numero 80 bianco su fondo rossonero, quarantamila a San Siro: si apre così l’avventura di Ronaldinho al Milan. Alla grande. Anche l’inizio promette buone cose: belle giocate, buona intesa con l’altro idolo brasiliano Kakà, rete decisiva nel derby della Madonnina contro l’Inter di Mourinho (corsi e ricorsi…), una favolosa prestazione a San Siro contro la Sampdoria. Poi, improvviso, il black-out: sparisce dal campo, diviene abulico, fermo. Certo, viene sicuramente inghiottito dalla stagione non certo felicissima dei rossoneri e non è favorito da una condizione fisica a dir poco infelice: ma i fatti sono fatti. La prima stagione milanese, paragonata alle aspettative, è un fallimento più che completo. Tutto cambia dall’anno successivo: o meglio, da quando Leonardo, nuovo trainer rossonero, perso Kakà, decide di spostare tremendamente in avanti Ronaldinho, affidandogli le chiavi dell’attacco. E’ il 4-2-fantasia tanto amato da Zio Fester Galliani, che fa spettacolo, porta risultati e restituisce al calcio il fenomeno-Dinho, giocatore insuperabile per classe e maestria nel dribbling, nei giochetti palla al piede e nell’arte di fare il calcio uno show pieno di sorrisi. L’ultimo è di qualche giorno fa: rigore decisivo con lo Zurigo e sorrisone a quarantasette dentoni stampato sulle telecamere e nella mente di tutti i tifosi rossoneri, che si affidano a lui, nominato giocatore del decennio dalla rivista World Soccer, per rinverdire i fasti di una squadra apparsa finita ma in grado ancora di emettere ruggiti potenti. Ronaldinho non sarà d’accordo su questa frase: lui, ai ruggiti, preferisce flip-flap esterno interno, dribbling ubriacanti, e soprattutto, una dose infinita di sorrisi…
Alfonso Fasano