Nel mese del Mondiale per club, Football Historia ripercorre la storia di questa competizione: dalla coppa non riconosciuta dalla FIFA all’odierno torneo interplanetario passando per mezzi fallimenti, giapponesi provvidenziali e nuove frontiere del calcio…
IN PRINCIPIO FU IL WOLVERHAMPTON…
Il titolo di “Campioni del Mondo” ha un che di magico, di giustamente altisonante, di meraviglioso: ma è anche un titolo estremamente poco oggettivo, in quanto non sempre una squadra che si fregia di tale appellativo è realmente la squadra più forte del globo. E figuriamoci quando il criterio che designa questo team, di oggettivo, non possiede assolutamente nulla.
Flashback sull’Europa anni 50: dopo la faticosa ricostruzione post-bellica, si ricomincia a sentire nell’aria un briciolo di serenità. Ed il calcio, in questo scenario, è sicuramente uno dei fenomeni in maggiore ascesa: il professionismo ormai è la religione imperante in quasi tutti i paesi, i club cominciano a sentire il bisogno di misurarsi anche con avversari stranieri, sull’onda lunga della Coppa Rimet, che coinvolge ogni quattro anni le migliori Nazionali del pianeta. Ecco perché non sono rare le amichevoli tra le migliori squadre di ogni nazione, in un confronto pari per intensità a quello tra le rappresentative nazionali. È in seguito ad un ciclo di amichevoli che ha visto il Wolverhampton di Billy Wright battere tra le altre Real Madrid, Honved e Spartak Mosca, che si comincia a parlare di “Campioni del mondo”: i soliti giornali inglesi, abbattuti anche dalla pessima prestazione fornita dalla loro Nazionale ai mondiali brasiliani del ‘50 (inopinata eliminazione al primo turno contro i dilettanti statunitensi, ndr), celebrano infatti con questo titolo, forse prematuro ma sicuramente poco oggettivo, i loro giocatori, solleticando così il cervello dei rivali francesi, che per mente e bocca del direttore de l’”Equipe”, Gabriel Hanot, misero in testa a FIFA e UEFA la costituzione di un campionato internazionale per club di calcio. Nasce così la Coppa dei Campioni, che nei suoi primi anni di vita vide il dominio incontrastato del Real Madrid di Santiago Bernabeu, capace di cogliere cinque successi consecutivi. Sull’onda lunga di quanto avviene in Europa, anche l’altra grande metà del calcio mondiale si accende: in Sudamerica nasce l’equivalente della Coppa dei Campioni, intitolata al Liberatori che liberarono l’America Latina dall’oppressione europea. E così, in un batter di ciglia, il calcio ebbe modo di espandersi in confini internazionali: mancava solo la ciliegina sulla torta…
I PRIMI ANNI: ANDATE, RITORNI E BOTTE DA ORBI…
Bernabeu era un famelico: di grandi giocatori, forse di soldi, sicuramente di successo. Ecco perché, dopo ben cinque (!) coppe con le grandi orecchie già in bacheca, decide che è arrivato il momento di svegliare il can che dorme. Solletica l’UEFA e la CONMEBOL, il suo equivalente sudamericano, affinché le due squadre campioni continentali ed espressioni dei due movimenti calcistici di maggiori tradizioni e successo potessero scontrarsi ed andare finalmente a stabilire chi si sarebbe affiancato alla Nazionale detentrice della Rimet nella albo dei “Campioni del Mondo”. Le due confederazioni sono entusiaste, mentre la FIFA (addirittura ben prima di super-Blatter) si dice contraria a questa nuova idea. In barba al parere della Federazione Internazionale, le due confederazioni mettono a punto il progetto di una Coppa Europeo-Sudamericana, che, con cadenza annuale, avrebbe dovuto mettere di fronte le vincenti delle due competizioni: la nuova principessa delle coppe vede la luce nell’anno 1960 e il cavaliere che la va a destare dal suo sonno è di bianco vestito. Il Real Madrid batte nel match di andata e ritorno gli uruguayani del Penarol di Montevideo (netto 5-1 a Madrid per le merengue e 0-0 in terra uruguagia) e finalmente può sentirsi a pieno titolo, e con buona pace degli inglesi, Campione del Mondo. I primi anni della manifestazione sono trionfali: vincono prima il Benfica di Eusebio, poi per due volte il Santos di Pelè, poi ancora l’Inter (prima squadra italiana), il Penarol, le argentine Racing Avellaneda ed Estudiantes eppoi il Milan. Le squadre, anno dopo anno, affrontano la coppa con sempre maggior passione e intensità, travalicando però a volte i limiti. E’ infatti emblematica la situazione dell’anno 1968: il Milan gioca il ritorno in terra argentina, contro l’Estudiantes, in uno stadio sinistramente simile all’inferno dantesco con annesse punizioni corporali per i rossoneri, che subiscono falli e tremendi comportamenti antisportivi ed ostruzionistici, fino all’arresto, a fine gara, di Nestor Combin, attaccante franco-argentino, per renitenza alla leva.
GLI ANNI BUI: FORFAIT, SOSPENSIONI E PERDITA DI IMPORTANZA.
Le difficoltà organizzative, la quasi impossibilità di spremere date utili da un calendario che comincia ad infittirsi ed il clima ostile di cui abbiamo già parlato non giovano certo alla competizione, che, dopo gli anni d’oro comincia a vivere momenti difficili: i forfait delle squadre europee sono purtroppo un fatto consueto e così l’albo d’oro e delle partecipanti risulta “sporcato” da squadre neanche campioni continentali (una su tutte, l’Atletico Madrid del 1974, Campione del Mondo pur avendo perso col Bayern di Beckembauer la finale di Coppacampioni). In questo clima di precarietà non mancano comunque affermazioni importanti: l’Ajax del calcio totale che dopo aver rinunciato nel 1971 porta a casa l’edizione successiva, il Bayern di Beckembauer (1976), il primo successo del Boca Juniors (1977) e l’unica vittoria paraguaiana, colta dall’Olimpia Asuncion nel 1979, nell’ultima edizione andata e ritorno della manifestazione. Saranno i giapponesi, affamati di calcio e pieni di soldi, a saper trasformare la coppa in un “Made in occhi a mandorla”…
LA TOYOTA CUP: LA MACCHINA AL MIGLIORE…
Anno di grazia 1980: dopo una serrata trattativa, arrivò per la morente Coppa Intercontinentale, la più insperata quanto giusta ancora di salvezza: gli impresari Toyota acquistarono i diritti per l’organizzazione e la commercializzazione della competizione, che si spostò in campo neutro e vide un rifiorire improvviso di interesse economico e sportivo. La casa automobilistica nipponica affiancò al trofeo già esistente la Coppa Toyota ed inoltre decise di premiare con una delle sue creature a quattro ruote il miglior giocatore della gara unica: nel 1980 l’onore toccò a Victorino, puntero degli uruguayani del Nacional di Montevideo e autore dell’unico gol nella gara contro gli inglesi del Nottingham Forest. Le squadre europee, nei primi anni di vita di questa nuova creatura, fecero incetta di brutte figure: per prima fu la Juventus di Trapattoni ad imporsi, nel 1985, contro i rossi dell’Argentinos Juniors, battuti dopo un’indimenticabile battaglia conclusasi solo ai rigori. La Coppa visse altri momenti indimenticabili, con la vittoria dell’altra grande metà di Buenos Aires (River Plate), la doppia affermazione del Milan di Sacchi (1989 e 1990) e la doppietta del San Paolo, capace di sconfiggere prima il Barcellona “Dream Team” di Johan Cruyiff nel 1992 ed il Milan di Capello, che nel 1993 prese parte al trofeo per la squalifica internazionale che colpì il Marsiglia, e che venne battuto anche l’anno dopo, da partecipante a pieno titolo, dal Velez Sarsfield di Carlos Bianchi. La vittoria dell’Ajax nel 1995 inaugura un dominio europeo che si protrae sino al nuovo millennio e che conosce un solo doppio intermezzo sudamericano, firmato dal Boca Juniors nel 2000 (battuto il Real Madrid) e nel 2003 (sconfitto il Milan di Ancelotti). L’ultima edizione della Coppa è datata 2004: il Porto si aggiudica la finale contro i colombiani dell’Once Caldas solo dopo i calci di rigore. Titoli di coda: arriva Blatterone…
FIFA CLUB WORLD CUP: LE NUOVE FRONTIERE DEL FOOTBALL
Altra rivoluzione alle porte del 2005: la FIFA si redime e decide di occuparsi anche dei club. Dopo una trattativa con la Toyota, che mantiene inalterato il suo patrocinio sulla manifestazione, nasce la Coppa del Mondo per club della FIFA: stesso teatro (Giappone), formula diversa. Sono ammesse alla coppa tutte le campioni continentali del globo, e sebbene il precedente non sia incoraggiante (ci aveva già provato nel 2001 Blatter, con uno sgorbio brasiliano che i più hanno dimenticato, vinto dal Corinthians e per fortuna mai ripetuto…), il torneo riscuote un buonissimo successo di pubblico ed anche di gioco. Le squadre europee e sudamericane entrano in gara solo nelle semifinali, sfidando le vincenti delle gare di qualificazione che vedono scontrarsi le restanti iscritte: la credibilità tecnica della manifestazione è salva, così come intatti sono i diritti dei più piccoli, intenzionati a crescere ma ancora lontani anni luce dai due giganti. Le finali, terribilmente rassomiglianti alle edizioni precedenti, premiano in rapida successione il San Paolo, l’Internacional di Porto Alegre, il Milan e il Manchester United, in un equilibrio che si mantiene sostanziale nonostante il saccheggio continuo e perpetuato dei club europei nei confronti dei confratelli sudamericani. L’edizione prossima, che comincerà il 9 dicembre, sarà la prima a non svolgersi in Giappone. A raccogliere il testimone dei nipponici saranno le terre ricche di petrolio degli Emirati Arabi Uniti: ai nastri di partenza il Club Atlante di Cancun, Messico, il Mazembe di Lubumbashi, Congo, l’Al-Ahly di Dubai e il Polang, Sud Corea. Tranquilli, ci saranno anche il Barcellona di Messi, fresco pallone d’Oro e l’Estudiantes della “Brujita” Veron: ci sarà da divertirsi… A giocarsi la finale saranno quasi sicuramente loro: quasi cinquant’anni dopo Di Stefano, comunque vada un argentino sarà l’uomo simbolo del Mondiale per Club. Che, fino a prova contraria, designa “oggettivamente” la squadra Campione del Mondo: in barba agli inglesi, ancora una volta…
Alfonso Fasano