Sul campo ci sa fare, per lui parla la carriera. Vittorie, trionfi, coppe a profusione. José Mourinho è indiscutibilmente uno dei migliori allenatori del mondo e di sempre. Ma si sa, per esser grandi a trecentosessanta gradi bisogna portare in dote qualità che esulino dal contesto sportivo, dal gioco, dal successo. Di esempi positivi in tal senso ne abbiamo tanti: Sir Alex Ferguson, Pep Guardiola, Carlo Ancelotti. Chi più ne ha più ne metta. Grandissimi tecnici, vincenti quanto o più di Mourinho, ma anche persone eccezionali e straordinari signori davanti ai microfoni.
Occhio, esser signori non vuol dire lasciarsi andare a banali dichiarazioni d’elogio verso l’avversario, con un velo di chiara ipocrisia. No, esser signori significa rispettare il proprio contendente, sempre e comunque. E’ una regola della vita e dello sport: il rispetto non deve mai venir meno. E il signor Mourinho in tal senso è un pessimo esempio. Dalla sua bocca solo messaggi negativi, spesso gratuiti, nei confronti di altri allenatori: Spalletti, Ranieri, Wenger, ultimo della lista Manuel Pellegrini. Dichiarazioni sempre spregevoli, gratuite, maleducate, offensive e anche ‘diseducative’.
Ricordiamo quando diede del 70enne con aria irriverente al 60enne Ranieri, come se essere anziani fosse una malattia. O quando rispose alle critiche oneste e civili di qualche collega storpiandogli il nome (Beretta divenne Barnetta) o dandogli del ‘perdente’, come se l’unico requisito utile ad aprir bocca fosse la vittoria di qualche trofeo. Mou non si smentisce mai, e anche in Spagna si permette di sfottere colleghi e altri club. Ecco le sue parole alla vigilia di Real-Malaga, sfia al suo predecessore Pellegrini: “Se temo di arrivare secondo e fare la sua fine? Non credo proprio. Io non finirei certo al Malaga, ma in una big italiana o inglese”. Come se il Malaga e i tifosi del Malaga fossero infetti da chissà quale malanno e non debbano meritare rispetto né considerazione. Questo ahinoi è Mourinho. Un grande allenatore, un piccolo uomo. Esaltato esclusivamente dai lecchini da strapazzo.
Alessio Nardo
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